lunedì, 07 luglio 2008
author: Sciuscina @ 15:57
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lunedì, 04 febbraio 2008
author: Sciuscina @ 16:21
category: ipse polpix
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- "La mia vita privata è appesa a un filo…".
- "Benvenuta nel club. È quello che succede quando cominci a funzionare sul lavoro, tesoro. Fammi sapere quando la tua vita va completamente all'aria. Vuol dire che è l'ora della promozione".
 
(dal film "Il Diavolo veste Prada")
venerdì, 18 gennaio 2008
author: Sciuscina @ 20:30
category: io polpywriter, scene di polpa vissuta
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Il lavoro nobilita l’uomo. Alla donna fa solo venire le occhiaie.

Rientro in grande stile, tra bacilli e faringite acuta. Le mie fidate crocerossine mi trovano una trista sera di inizio anno agonizzante in un letto milanese priva di termometro e medicamento alcuno. Colpa della famosa tendenza virologa del nano seienne o della frescura nizzarda? Dimmi tutto, Streptococco.

Eccola quindi la malaticcia Polpa, core de zzia, tirata su, impacchettata tra coperte a mo’ di succulento involtino primavera e portata a forza tra le frementi grinfie della Fina, eccitata più che mai dal fatto di sentirsi di nuovo utile. D’altronde chi meglio di mammà ti sa rimettere in piedi a furia di minestrina, tisane e Vicks Vaporub? Il fatto che poi in tutto l’organismo non ci sia traccia di muco da raffreddore manco a istigare gli starnuti col pepe è informazione del tutto accessoria. Tra le quattro mura paterne fin da tempi antichi il sacro unguento viene usato per qualunque cosa, dal mal di gola alle slogature, dalle emorroidi alla gastrite. Usato naturalmente con successo, non si scherza mica. Misteri della persuasione. Placebo power.

La calza della befana, ricavata da un vecchio pedalino logoro del Gius, aspetta contrita sopra la scrivania che gola e stomaco ritornino ai fasti di un tempo, mentre il telefono squilla reclamando insistentemente la mia presenza su una scrivania che mi ha già dato per dispersa. Avvertite i pompieri, mobilitate i nos, è lunedì pomeriggio e la schiava non ha ancora raggiunto il suo posto di lavoro.

"Stai vomitando sangue? No perché qui ci sarebbe un'opportunità per te.": le ultime parole famose della progress. Da lì in poi è tutto un ammasso confuso di brief, riunioni, presentazione, rough, chiama l’illustratore, modifica le head, cambia il payoff, pizza e birra a portar via grazie, mi sa che ci tocca anche il weekend, che ore sono? Solo le 23.30 abbiamo ancora tempo, no così fa cagare, allora ragazzi premi?, no me devi faie fa er salto hai capito, un'altra pizza per favore, guarda stasera alla cena non riesco, senti il cinema facciamo un'altra volta, sono pronti gli storyboard?, hai fatto le lines?, c'è da cambiare la canzone, ok fammi altri tre soggetti, c'è da rifare il copy per l'internazionale, dove cacchio lo dobbiamo mettere sto logo?

Un'unica maratona di delirio iniziata l'8 di gennaio.

Finita. Questa. Mattina.

...

Lo diceva Paolo Fox che questo era l'anno del lavoro. Azz.

giovedì, 03 gennaio 2008
author: Sciuscina @ 18:07
category: di tutto un polp
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Perché sia un DuemilOttimo [cit.]. Perché arrivi sempre un messaggio di auguri firmato Famiglia Marangiò. Perché i miei pori non passino più dalle grinfie del Pimpi. Perché l’intestino di Saul non intossichi otto ore di estenuante viaggio in macchina, che Nizza manco fosse Bari. Perché la Côte d’Azur non sia una così ricca frociarola come sembra. Perché un'arancia lasci sempre un po' di me a Cannes. Perché il tanga rosa di Alessandrina non venga più bandito dal negozio di elettronica, che sarebbe terribile. Perché il francese parallelo continui a essere très jolie. Perché quest’anno mi porti tutto e niente. Perché Barbra Streisand e Bryan Adams mi facciano innamorare della vita. Perché le labbra della Bibbi continuino a essere viste dalla luna. Perché farlo “as Gods regards” possa diventare una priorità. Perché mille milioni di caparra valgano quanto un biscotto al durian. Perché nessun uomo si senta più lesbica. Perché la mia autostima sia sempre a prova di Sgwippies. 

A volte basta solo un po' di Fortuna.

buon anno

mercoledì, 26 dicembre 2007
author: Sciuscina @ 19:27
category: scene di polpa vissuta
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Un Natale che "come te nessuno mai". Che arriva, passa e se ne va, senza colpo ferire. Iniziato male forse, che non ci si può presentare alla cena della Vigilia con la ricrescita, non sta bene. Un Natale col parentado ridotto all'osso, lo stretto necessario. E non l'avresti mai detto, ma quasi rimpiangi i discorsi bofonchiati dello zio baffuto e sciancato dopo quei due o tre bicchieri di troppo. Al momento del brindisi controlli d'istinto il bicchiere di spumante prima di portarlo alla bocca, ma non ci sta più la mano rugosa della nonna che ti mette dentro il sale, scherzone d'altri tempi. Quest'anno Babbo Natale arriva alle 10 e mezza perché il nano seienne c'ha la febbre e già il donname si sta preparando alla vasca piena di ghiaccio. E allora non c'è tempo per le cerimonie, non si esegue neanche la pantomima "è proprio quello che volevo!". Si entra in catena di montaggio e uno via l'altro i giocattoli vengono scartati, montati, provati e messi da parte. Bye bye sorpresa e meraviglia, magari ci si vede l'anno che viene. Si riscopre la Fede però, quella dimenticata da tempo. Così eccole le temerarie che si preparano ad affrontare il freddo e il gelo per raggiungere la chiesetta prima della mezzanotte. "Andiamo ad ascoltare la parola del Signore" dicono, ma quando ritornano a casa l'unica storia raccontata a menadito è quella della nipote lontana che sotto l'albero ha riportato una pagnotta. Ma lo scherzetto mica si faceva ad Halloween? I superstiti intanto si radunano intorno al tavolo, calice in una mano e doppio dado nell'altra. Peccato che il carrarmatino quest'anno non sia sulla lista. Sostituito dai pupazzetti gormitici, anche la sete di conquista del planisfero colorato non è più la stessa. Nel frattempo il telefono continua a trillare, portatore di rime incatenate e auguri loffi tronfi della furbata tecnologica "invia a tutti". Quest'anno non si attende con fervore alcuna telefonata, non ci si rinchiuderà in bagno per parlare sottovoce, non si leggeranno messaggi amorosi con un tuffo al cuore. Quest'anno non ci si radunerà tutti insieme a piangere davanti a E.T, non ci saranno tombole o estenuanti partite a scala quaranta, non arriveranno nonni con barbe finte che fanno crepare di paura i bambini, e neanche macchine che suonano il clacson sotto la neve per portarti al falò delle vecchie cumpe. Quest'anno l'albero perderà il suo posto d'onore già dopo poche ore. Ma il capretto nel forno rimarrà per giorni interi. È pur sempre Natale, dopotutto.

martedì, 11 dicembre 2007
author: Sciuscina @ 11:37
category: di tutto un polp
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E chiama l’elettricista, e cambia la serratura, e vedi di capire perché quei poveri omini sottopagati di Ikea non sono ancora venuti a portare l’armadio. E inscatola, e scatola, e facchineggia e trasporta, e collega, e aggiusta. Insomma sta casina nuova è nu burdell. Tanto che ingabbiata tra una mensola rotta e un frigorifero da pulire quasi non la senti sta vocina nella testa, quella che ti dice che hai dimenticato qualcosa d’importante. Poi va a finire che è Natale, ti trovi in mezzo a un’aeroporto in una città straniera con una valigia in mano e ti si accende d’improvviso una luce. E urlando “KEVIN!” stramazzi al suolo. Epperò qua nessuno ha perso l’aereo, quello no, ma forse la lucidità sì. Perché sto weekend a Roma ci stava la fiera del libro e tra gli altri veniva presentata anche una certa antologia. Un’antologia di inadatti. O disadattati. O vedi un po’ te. “Inadatti al volo” l’hanno chiamata. No, non è una biografia di panzoni. Anche se l’altalena in acciaio rinforzato che sta in copertina potrebbe dare l’idea. È una raccolta di pezzi scritti da una trentina di blogger mica tanto a posto. Io non li ho mai visti, ma già a leggere le loro discussioni vi assicuro che mai titolo poteva essere più azzeccato. Perché ognuno lo è a modo suo, ma tutti siamo un po’ inadatti al volo. Cioè io da piccola avrei voluto pure diventare la nuova Hilary, ma se quella maledetta palla di gomma blu mi arrivava sempre in faccia un motivo c’era, no? E non parliamo del nastro. No perché voi avete mai provato a lanciare quel nastro in aria e riprenderlo dopo aver fatto due ruote, tre capriole e una spaccata? Se t’andava bene ti finiva sull’albero. E poi vaglielo dire te allo zio sarto che ti deve dare altri tre metri di stoffa aggratis perché sua nipote ha la coordinazione di un bradipo. Ma di che stavamo parlando? Ah già, il libro. Sì allora, dicevamo, si chiama “Inadatti al volo” ed è edito dalla Giulio Perrone Editore. Di che parla? Bhè, il tema centrale è la malattia, ma non vi preoccupate, non è una di quelle robe buoniste e stracciamaroni alla Barbara Palombelli del tiggìcinque. D’altronde ci sta lei, lei, e loro, e pure lei. Ah, e anche lei, e lui. Insomma c’è tanta bella gente. Ah, non so se l’avevate capito ma ci sono pure io. Cosa non vi ho detto? Che costa solo 15 euri e gran parte del ricavato verrà devoluto alla onlus Fondazione Antonio Valentino. No, io non becco niente, non preoccupatevi, son giusto qui a far ballar la scimmia. Mah, mi sembra di aver finito.

Che è Natale ve l’ho detto?

 

"Il concetto sarebbe che, comunque, ogni volta che voltiamo la testa da una parte è proprio dalla parte sbagliata, quasi come se fossimo stati progettati solo per quell'unico ed inutile scopo."

lunedì, 10 dicembre 2007
author: Sciuscina @ 15:37
category: polpic relations
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Splinder festeggia i suoi 500.000 utenti con un mega mosaico:

 Gli esclusi non ci stanno:


fuckyou

...e che non si dica che non abbiamo alzato un dito!

by Scatterhead
mercoledì, 05 dicembre 2007
author: Sciuscina @ 20:13
category: scene di polpa vissuta
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Ci ho messo più di un’ora e quaranta minuti per capire che per montare un tavolino treppiede di Ikea ogni gamba deve essere associata al suo ben determinato buco. Questo anche se a una prima occhiata, e anche a una seconda, e perfino a una terza, e guarda un po’, pure a una quarta, ognuna è esattamente identica all’altra. E no, fare un buco ad hoc con il Black&Decker del vicino ultra quarantenne che vive preoccupantemente da solo col suo gatto lì dove dovrebbe esserci un buco che invece non c’è in un materiale che forse forse il legno tarlato della vecchia casa di mia nonna è più resistente NON È poi una così grande idea.

 

Sono andata in giro per più di un mese con uno squarcio sul fondo dei miei jeans preferiti che, proprio perché sono i miei jeans preferiti, non ho avuto cuore di buttare nonostante il gelo di questi giorni mi creasse un principio di congelamento alle chiappe che nelle migliori Spa un trattamento così per la tonicità se lo sognano. Finché l’altra sera ho preso ago e filo e come una brava massaia me li sono ricuciti per bene riuscendo persino a creare un lavoro da sì forse sono un’idiota, ma comunque non una poveraccia. Inutile dire che rimane comunque il sospetto che, anche dopo tutta sta fatica, continuo ad andarmene in giro con niente più e niente meno che le tanto famose pezze al culo. Ma tant'è.

 

In un momento di euforia Hollywoodiana settimane fa ho sparato un’idea malsana per una campagna pubblicitaria e quel cretino del mio art, invece che mandarmi giustamente a cagare, ha voluto provare a vedere che succedeva. Fatto sta che, come sempre succede quando si presentano idee malsane, il cliente è andato in brodo di giuggiole e ora ogni giorno mi tocca dar sfoggio di alte competenze su materie a me ignote quali danza, canto, composizione e styling. Ben presto mi toccherà adattare la mia scrivania a banco di scuola di Amici della De Filippa. Che poi a me il celeste neanche mi dona, ma che te lo dico a fare.

 

Qualche giorno fa ho mandato un invito dell’ultimo secondo all’Architetto sperando neanche due minuti dopo che quel messaggio si volatilizzasse nell’etere. E allora si vede che forse ho diritto anch’io ogni tanto a una giornata fortunata perché quel cellulare perennemente acceso per una volta è stato dimenticato in macchina. Però ecco che poi allo stesso modo ho deliberatamente ignorato gli ammiccamenti virtuali dell’Occhietto Fermonico, ho resistito al bacio di quello che mi dicono essere un grande sciupafemmine, ma se io invece non ci trovo uno dei pochi galantuomini rimasti in città non sono io, ho portato avanti una serata quasi inverosimile ma memorabile da Moral Tutor con la mia Nat, e tanto per farmi un po' del male, ogni sera continuo ad addormentarmi con la voce calda del Masterino che imperterrito mi propina la ormai obsoleta commediola da avanspettacolo intitolata "Siamo solo amici", della quale pure la critica s'è già rotta le scatole, ma finché ci sono sti mille chilometri di mezzo che ci posso fare. Ed ecco che, come se non bastasse, ora mi ci si mette anche il Consulente. Strusciamenti, abbracci a sorpresa e sorrisi tra una stanza e l’altra si sprecano. E l'ormonella sale inutilmente. Che poi la famosa regola dell’amico pezzaliana non dovrebbe in teoria valere solo per le donne, dico io? E ridendo e scherzando si stanno pure toccando i tre mesi di astinenza. Roba che datemi in mano un test di purezza e sbanco.

 

Sto sviluppando giorno dopo giorno una faccia di tolla che levati.

 

E ora che novembre ce lo siamo tolto dai piedi direi che anche sto blog può finalmente andare avanti.

martedì, 20 novembre 2007
author: Sciuscina @ 17:27
category: polpic relations
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Giorni da sala d’aspetto. L’occhio fisso sui cartellini numerati che si sostituiscono ciclicamente gli uni agli altri in un allegorico countdown. Ciò che sta nel mezzo lo si fa per ingannare l’attesa. Il tempo è rallentato, lo spazio non esiste. La coscienza mi abbandona per minuti interminabili lasciando il posto al pilota automatico. Sono, ma non sono. Un cartonato con l’occhio vitreo perso in un altro quando e in un altro dove. Spesso a guardare una casa che ogni giorno cambia forma. Una trasformazione che cerco di fermare su un foglietto di carta, per convincermi che prima o poi da qualche parte ci sarà pure una fine, o quantomeno un inizio.

Vedo gente (poca). Faccio cose (tante). Le parole non richieste non vengono sprecate. Diligente svolgo tutti i compitini a casa affinchè la maestra mi lasci in pace a guardare fuori dalla finestra. L’anima ben riposta tra la naftalina, che al nord si fa il cambio di stagione. La palla di vetro che mi rinchiude attutisce i rumori e distorce la realtà. Almeno ci fossero i fiocchi di neve si potrebbe parlare di poesia, ma qua la produzione è in ristrettezze e il polistirolo non ha più la stessa magia di un tempo. Qualche volta un segno dal mondo fuori arriva pure. C’è chi fa toc toc sul vetro per attirare l’attenzione. I più furbi sfruttano la superficie opacizzata dal respiro per comunicare. Lasciate un messaggio in segreteria e forse verrete richiamati.

La voglia di vivere in fondo c’è, sono le istruzioni che mancano.

lunedì, 19 novembre 2007
author: Sciuscina @ 17:47
category: tutta polpa del cuore
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Di quanto le cose sarebbero molto più semplici se solo smettessimo di pensare. Il vecchio "e vissero felici e contenti" è un adagio fin troppo sopravvalutato.

martedì, 13 novembre 2007
author: Sciuscina @ 13:01
category: polp fiction
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Partiamo dal presupposto che quando si parla di film d’animazione io divento una bambina di 10 anni. Mai perso uno. Dal primo già citato e traumatizzante Bambi, ai vari sfavillanti Hercules, La Sirenetta, Il Re Leone, Alladdin, agli esperimenti mitici come Pomi d’Ottone e Manici di Scopa e Nightmare Before Christmas, passando anche per orrorificenze varie quali Pocahontas, Il Pianeta del tesoro, Mulan e il Gobbo di Notre Dame. E a questo proposito le serate di babysitting a casa del mio nipotino seienne sono giunte spesso come manna dal cielo. Quale migliore scusa per rimediare alle volte in cui i miei già miseri brandelli di orgoglio mi hanno impedito di andare al cinema da sola a tentare di vedere pellicole assurde circondata da nani urlanti e famelici di caramelle che si alzano ogni 20 minuti per il pit-stop al bagno?

Ma poi un giorno arrivò la Pixar e tutto cambiò.

Perché se al film d’animazione ci aggiungi la computer grafica allora mi riguadagna subito in rispetto. Cose che il povero Walt Disney si rivolterebbe nella tomba. O forse no. Perché la Pixar mica scherza e ti tira fuori un gioiellino dopo l’altro. Da Monsters & Co. alla Ricerca di Nemo, agli Incredibili, a Chicken Little. È anche vero che su Cars non mi posso ancora pronunciare, visto che il nipotino seienne di cui sopra non vuole smollare il dvd da mesi, ma già solo per la piccola cinquecento gialla fan della Ferrari merita la mia stima.

Ora quindi arriviamo a Ratatouille, che già vince il primo premio come titolo impronunciabile dal nano suddetto, che tra l’altro tiene pure la r moscia e quindi ogni volta grasse risate.

Ratatouille è la storia di una pantegana (simpaticissima per carità, ma sempre di pantegana si tratta) dotata di olfatto sopraffino che, separata per caso dalla numerosa e lercia famiglia, sbarca nella sfavillante Paris in un celebre ristorante orfano del paffuto chef che predicò la possibilità di chiunque di farsi genio ai fornelli. Qui farà trionfare ricette, amori ed emozioni ormai sopite.

E va bene tutto.

La scena del critico che al primo boccone torna indietro nel tempo con mammà che gli preparava la ratatouille vale il biglietto intero. Sia chiaro, anche il resto del film è eccezionale: la storia, la grafica, i dialoghi, tutto perfetto insomma. Epperò cazzo, sarò insensibile, ma alla vista della cucina invasa dai topi, il conato di vomito alla Colette ce l’ho avuto pur’io.

La cosa più sconvolgente è che finisco orora di leggere su Vanity Fair che, cito testualmente, “tutti i bambini italiani, affascinati dal cartone animato, vogliono un piccolo ratto per amico.”

No, cioè... MA. CHE. SCHIFO!

Non si fa, bambini. Non-si-fa. I topi sono sporchi, sono schifosi, cagano dappertutto e soprattutto mordono. E fanno pure male, cavolo. Il mio ultimo criceto mi ha quasi staccato via un dito. E io che volevo amorevolmente dargli da mangiare col biberon della Baby Mia! Ingrato!

Ma tanto io già lo so che i genitori di oggi hanno la spina dorsale di una banana, e ogni casa verrà infestata a breve da una nidiata di pantegane sporche e infettive. Ben che vada i precoci geniacci seguiranno l’esempio del film e li metteranno in lavastoviglie. E forse sarà la volta buona che la pubblicità della Calfort si farà un poco poco più interessante. 

lunedì, 12 novembre 2007
author: Sciuscina @ 16:15
category: polposophy
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Si ricomincia a correre. Ricominciano i weekend lavorativi, le ore rinchiusi in una saletta, gli aperitivi al volo tra una riunione e l’altra che dopo il vinello, si sa, le idee escono copiose. E alla fine, diciamolo, non si aspettava altro. Perché funziona così. Dopo 90 minuti buoni di immobilità autostradale di punto in bianco l’ingorgo scompare e si torna a correre. Ma poi a cosa era dovuto l’ingorgo? Nessuno lo sa. Eppure d’un tratto la strada si libera. Senza un apparente motivo il caos sparisce nel nulla, così come si era creato. Ma forse è una di quelle cose che bisogna accettare e basta, come l’arrivo del vento. Quel vento che crea i mulinelli di foglie davanti ai miei piedi e che da bambina mi faceva credere di essere una strega. Quel vento che d’un tratto comincia a soffiare e porta via le nuvole scoprendo un cielo alla Rino Gaetano, che ora ci fanno pure una fiction. Ed è vero che ora le fiction le fanno anche sul gestore cinese del ristorante qua di fronte, ma ci sono volte che la mia voglia di serendipità prende il sopravvento e allora vedo tutto come un segno. Perché Claudio Santamaria ha una faccia che mi fa ridere. O semplicemente perché a volte l’unica cosa da fare quando il soffitto ti sta schiacciando è afferrare una scopa e creare un lucernario.

lunedì, 05 novembre 2007
author: Sciuscina @ 17:17
category: polpa a pezzi, ipse polpix
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 Fu in quel momento che cominciai a pensare a Thomas Jefferson e alla dichiarazione di indipendenza, quando parla del diritto che abbiamo alla vita, libertà e ricerca della felicità. E ricordo di aver pensato: come sapeva di dover usare la parola "ricerca"? 

(dal film "La ricerca della felicità")

 

 

Il bello dell’essere depressi è che serate e weekend diventano un’ottima occasione per ampliare la tua cultura cinematografica.

Il brutto dell’essere depressi è che la tua capacità di giudizio è talmente offuscata dallo sconforto che finisci per trangugiarti indifferentemente uno in seguito all’altro una così pomposa sfilza di lungometraggi da non essere più in grado di distinguere tra il capolavoro impegnato, il finto horror di serie b e la peggio commediola agrodolce cacati fuori in massa nel medesimo tempo da industria hollywoodiana, cinema indipendente e novelli Dawson Leery con velleità spielberghiane.

L’orrendo dell’essere depressi è che qualunque sia la pellicola da te scelta nella speranza di tirarti su il morale, ai titoli di coda finirai incontrollabilmente, categoricamente e inesorabilmente vittima della suprema crisi di pianto. Quella che ripesca nella memoria le prime tenere lacrime che versasti per la madre di Bambi,le unisce alla commozione che provasti alla finta partenza di Johnny e le centrifuga con la disperazione per la morte di Danny, che non sarà mica un caso se la rubata visione del finale della prossima puntata di Grey's Anatomy ti provoca un attacco singultico totale della durata di venti minuti, occhi strabuzzanti, viso paonazzo, respiro rantoloso e naso gocciolante annessi. Roba da fare invidia alla ormai leggendaria performance isolana del secondo caschetto biondo più amato d'Italia.

Ma dopotutto è il ponte dei morti. Perfino seppellirsi di kleenex moccolosi e rimasugli di cioccolato è più legittimo che vagare porta porta vestiti da emo inneggiando al dolcetto o scherzetto.

lunedì, 29 ottobre 2007
author: Sciuscina @ 11:53
category: ipse polpix
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mafalda_english

giovedì, 25 ottobre 2007
author: Sciuscina @ 16:27
category: polposophy, io polpywriter
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Quand’ero piccola tutti mi scherzavano perché commettevo qualche microscopico, praticamente impercettibile, sicuramente trascurabile, errore di pronuncia.

Ad esempio, dimenticavo continuamente le doppie, soprattutto la enne. Così che lo sport da me tanto odiato e per cui già prevedevo un futuro ai vertici del campionato mondiale diventava il tenis, una sorta di miscuglio originale tra un verme solitario e una prima versione taroccata di cantante di Saranno Famosi.

O ancora, non riuscivo a pronunciare la “gl”, difetto che purtroppo mi è rimasto tuttora. Non avete idea di quali e quante manifestazioni di dileggio possa suscitare la parola coniglio. Tu dici “coniglio“ e tutti giù a scompisciarsi dalle risate. Penso che un aspirante comico dovrebbe conoscere certi trucchetti. Quindi tu, futura stella di Zelig che leggi queste righe, sei pregato di devolvere almeno il 4% dei proventi del tuo futuro libro di battute per niente divertenti alla mia carta postepay (in pvt il numero), grazie.

Ma soprattutto avevo un’incomprensibile quanto esasperata avversione per la parola “pigro”. Non riuscivo proprio a pronunciarla. Essì che la sentivo continuamente. Mia madre mi associava così spesso a quella parola che già solo per farle il verso la ripetevo come minimo tre o quattro volte al giorno. Ma puntualmente ecco che quelle cinque semplici letterine nella mia bocca difettosa venivano smontate, confuse, riassemblate secondo la tecnica dell’ordine casuale e risputate dalle mie labbra nelle vesti di “prigo”.

Ero priga, priga, priga. Sempre e comunque.

Avevo trovato l'ennesimo esempio di scioglilingua esasperante alla tretigricontrotretigri e sopralapancalacapracampa per me esageratamente arduo da compitare. E quindi provavo e riprovavo: priga, priga, priga. Niente da fare. Una battaglia persa in partenza. E naturalmente abbandonata velocemente, essendo io stessa medesima portatrice indiscussa della patologia suddetta. Perché in effetti è questo il punto. Sono pigra. Pigra da morire. L'apatia è la mia migliore amica. O nemica, dipende dai punti di vista. La calda coperta dell'ozio mi accompagna e mi coccola da quando cominciai a muovere i miei primi passettini. Non per niente mi aiutavo col girello. Tutta quella fatica da sola, che siete pazzi?

La mia poltroneria mi tenta sirenica ogni volta che mi appresto a cominciare un qualunque progetto. Fosse anche un semplice rinnovamento del cassetto dei calzini. Suprema maestra del temporeggiamento, affronto la vita un pezzetto alla volta, per poi sedermi a riprendere fiato, sconvolta da così tante emozioni tutte insieme. Che, come figlia di una fan accanita di Via col Vento, son mica cresciuta con l’immagine di una ragazza splendida che davanti un tramonto rimandava tutto al giorno successivo per niente.

Priga, priga, priga.

Ed ecco che oggi ritorna. Puntualmente raccolgo i frutti di una vita improntata all’indolenza. Riconosciuta e bollata come fannullona, mi aggiro nel reparto creativo come una rifugiata politica elemosinando lavori e dribblando rimproveri.

“Hai qualche progetto per me?” Nada, nisba, nicht. Vuoto cosmico ad honorem. In un ambiente dove la competitività è all’ordine del giorno, la mia reputazione di ignava mi precede. Una carriera stroncata sul nascere dalla più peccaminosa accidia.

Passano i minuti e le ore.

Idee e proposte vengono miseramente abbandonate nel nome di una profonda e pregnante inerzia. Immolate all'altare della pigrizia.

Procrastinatrice professionista, sorrido sorniona aspettando il tempo che verrà. Annuisco compiacente ai sostenitori indiscussi del “non rimandare a domani quello che puoi fare oggi”. Nient’altro che un sopracciglio alzato, un sospiro e ci si rigira dall’altra parte.

Priga, priga, priga.

Seguono i giorni, i mesi e le stagioni.

Letargica, attendo Godot tra uno sbadiglio e l’altro.

Ma con la mano davanti alla bocca. L’educazione prima di tutto.

lunedì, 22 ottobre 2007
author: Sciuscina @ 12:47
category: polpa a pezzi
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Ho fame.

Ho fame sempre. Ad ogni ora. Di continuo.

Una fame profonda e vorace. Una fame incontentabile e senza fondo. Una fame che mi trascina fuori dal letto la mattina alla ricerca di una tazza gigante di CocoCops ripieni di cioccolato e mi accompagna fino al più classico spuntino salato di mezzanotte, a base di patatine PiùGusto "paprika flavours". La mia fame s'ingozza beffarda nell'oscurità della notte, colpendomi con un ultimo colpo di coda al profumino inaspettato di quel goloso muffin ai mirtilli scoperto posando l’acqua.

La mia fame mi stuzzica e mi supplica. Si prende gioco di me senza che io me ne renda conto. Mi confonde con una momentanea inappetenza davanti al succulento spettacolo di un pollo arrosto dorato alla perfezione. Mi lascia credere di essere stata soddisfatta dalla prima fetta di torta cioccolato e cocco e poi se ne sta lì tranquilla, per venti minuti buoni, anche trenta. Il tempo necessario per rilassarmi. Attende serena il momento propizio. Aspetta nell’ombra che cada l’ultima piccola resistenza di una mente votata alla regolarità. La mia fame si acquatta tra ammassi oleosi di bruschette improvvisate e campi incolti di verdure grigliate.

Si divincola tra i nodi di una carbonara ben caricata e saltella leggiadra da una patatina all’altra sulla distesa di alici marinate. Annaspa tra i resti di un cookie sbocconcellato e delle due Kinder Delice sbranate al volo tra una pubblicità e l’altra. Si mimetizza dietro quella fettina di prosciutto avvolta nella maionese (e, sia ben chiaro, non viceversa) e si muove circospetta tra il primo e il secondo giro di conchiglioni al forno, ripiegando alle prime avvisaglie di funghi gratinati.

Si calma finalmente. Riposa satolla per poi tornare all’attacco ancora più feroce di prima. E senza che io possa fare alcunché si abbatte su quell’ultima fetta di Asiago abbandonata a se stessa sul piano cottura. Oscilla indecisa tra il cesto di frutta stracarico al centro della tavola e il barattolo di dolcetti quasi vuoto accanto al microonde. Un movimento veloce, indolore. La mano consegna alla bocca il bottino recuperato: un mini Twix e una banana. Anzi due. Facciamo tre.

Tre banane perdio. E quando una preferisce la frutta al caramello vuol dire che non è più solo voglia di qualcosa di buono. Povero Ambrose.

Divoro selvaggia ogni genere di pietanza mi passi per caso sotto gli occhi. Trangugio insaziabile assaggi e antipasti, primi e secondi, contorni e consommè. Ingorda consumo in poche ore l'equivalente di una spesa settimanale per una famiglia di quattro persone.

I minuti passano e le provviste diminuiscono.

Mia madre ricerca senza successo quel barattolo di marmellata ai lamponi acquistato in mattinata. Mio padre mi osserva sbranare tre quarti di torta salata e ritira istantaneo la mano nel terrore di una mia forchettata forse accidentale, forse che no.

Ma per fortuna un altro weekend letargico è giunto al termine.

Le ultime riserve di cibo sono salve.

Il lunedì mattina mi soffermo davanti alla cassa della stazione, incapace di capire dove sia finito quel biglietto da cinquanta prelevato neanche 48 ore prima, quand'ecco che lo stomaco comincia a gorgogliare. 

Una sola frase sovviene alla mente.

"Magari facciamo cinese, che almeno si risparmia."

...

Vi prego, abbattetemi.

venerdì, 19 ottobre 2007
author: Sciuscina @ 12:03
category: tutta polpa del cuore
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“Il bacio di questa mattina, l’hai sentito, vero?”

Avrei voluto scrivertelo appena sveglia.

Avrei voluto scrivertelo, ma tu di sicuro avresti pensato alla possibilità che avessi sbagliato numero. E niente avrei poi potuto dire per convincerti che nel mio letto stamattina mi sono svegliata da sola.

Nella migliore delle ipotesi avresti riso. Forse avresti cercato di farmi ragionare. Avresti detto che, a chilometri di distanza, tu quel bacio non potevi proprio sentirlo, che era tutto nella mia testa.

Avrei voluto scriverti che è stato fantastico, ma poi tu avresti capito che non sono guarita. Non lo sono per niente.

giovedì, 11 ottobre 2007
author: Sciuscina @ 15:21
category: di tutto un polp
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Essere donna oggi.

Credetemi, la faccenda va ben oltre il rapporto morboso che ti lega quei cinque giorni al mese ai bei sigaroni morbidoni. Va ben oltre l’odiato appuntamento trisettimanale con la dolorosa estirpazione pilifera da ogni centimetro quadrato di pelle. E va anche oltre l’indecisione cronica giornaliera tra le 85 innocue calorie di una barretta SpecialK e le magari un po’ più incisive, ma anche decisamente più soddisfacenti 533 calorie di un barattolo di Nutella (e se state per dire che non è un paragone possibile perché non si può mica mangiare tutto un barattolo in una botta sola, risparmiatevelo. Vi assicuro che SI. PUO’. FARE.).

Far parte dell’universo femminile significa avere certe determinate conoscenze che al resto del mondo semplicemente non sono accessibili. E non sto parlando di istinto materno, orgasmo multiplo e menopausa, no signori. Perché quelle ce le hai nel dna. È conoscenza innata.

C’è qualcosa di peggio, qualcosa che certe volte (giuro che sì, a volte succede) viene a mancare. Perché è conoscenza infusa. Ovvero quei mille piccoli concetti che tu DEVI sapere. Quelle semplici nozioni che NON PUOI non avere nel tuo bagaglio culturale. Quelle informazioni di cui sembra tu non possa fare a meno nella vita di tutti i giorni. Cosa alquanto illogica visto che se per ventisei anni non ti sono mai servite un motivo ci sarà pure, ma vabbhè.

Quale che sia la spiegazione ogni individuo appartenente al genere in gonnella sembra vagare per il mondo avendo cura di tenere ben nascosto questo determinato sapere dentro di sè. E tu sai che però questo sapere da qualche parte sarà pure arrivato. Che il tutto deve pur avuto un inizio.

Come in un circolo cospiratorio i membri di questa tanto venerata élite si saranno trovati un dì in qualche posto sperduto e, sotto l’effetto di una qualche droga, una somma sacerdotessa dal seno gigante (le somme sacerdotesse hanno sempre un seno gigante) avrà svelato l'arcano segreto assicurandosi la discrezione delle adepte con marchi a fuoco e giuramenti di sangue.

Oppure più semplicemente c’è la vecchia, ma sempre attuale tecnica del passaparola matriarcale. Il telefono senza fili è sempre stato un sistema molto apprezzato da chi vuole che l’informazione venga propagata di generazione in generazione all’interno di una ristretta cerchia di persone.

Però, metti caso che il postino ti ha perso l’invito alla cerimonia di iniziazione e il supermercato ha finito spago e bicchieri di carta, come fai a sopperire alle tue lacune? Non puoi mica chiedere alla prima sciura che passa per la strada, confessando così al mondo intero questo peccato capitale. Perché ricordiamoci che certe cose DEVI saperle, pena la denigrazione pubblica. E sai bene che quando le galline decidono che è ora di mettere qualcuno alla gogna l’unica cosa che ti resta da fare è pregare intensamente che quel qualcuno non sia tu.

Insomma, io ci ho provato. Ho raccolto gli ortaggi che mi avete lanciato, ho resistito alle risate isteriche e agli additamenti, ho incerottato i buchi delle frecciate e i segni delle pietre in fronte quasi non si vedono più. Ma la risposta non è ancora giunta.

Ora quindi, che qualcuno mi spieghi come funziona sta benedetta storia dei denari, per favore. Che alla commessa di Calzedonia del tizio chiamato Giuda, del bacio e compagnia bella non credo freghi granché. Grazie.

martedì, 09 ottobre 2007
author: Sciuscina @ 11:20
category: ipse polpix, io polpywriter
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“La pubblicità è l’anima de li mortacci vostri.”

 

(letta su una maglietta, indossata da un copy. Per dire.)

giovedì, 04 ottobre 2007
author: Sciuscina @ 23:40
category: scene di polpa vissuta
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Quella che ho considerato per anni la mia copia perfetta in fatto di idee, sogni e opinioni mi confessa, tra una boccata di fumo e l’altra, di avere come massima aspirazione una vita tale che al confronto Bree Van de Kamp pare una lanciatissima donna in carriera.

Son cose.

giovedì, 27 settembre 2007
author: Sciuscina @ 18:00
category: polpa a pezzi
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-         Buongiorno.

-         Buongiorno un cazzo.  [cit.]

 

A Milano piove. E abbiamo già parlato di come questo stimoli l’ottimismo delle persone. A Milano piove, ma non è questo il punto. Il punto è che quando a Milano piove, non piove mai e basta. Quando a Milano piove la vita fa schifo, non esistono luci alla fine del tunnel e verdi speranza. Le mamme sono tutte puttane e le sorelle c’hanno la bocca più larga della famosa rana. Quando a Milano piove non importa che il terreno della pianura padana per logica debba avere una percentuale di dislivello pari allo zero virgola zerozerozeroperiodico, perché tanto su tutte le strade che dovrai attraversare si apriranno voragini tali che al minimo accenno di battistrada si scateni l’ennesima divisione biblica delle acque. Non per niente a Milano piove. E il tuo umore è così nero che per la prima volta l’aspetto dark-emo che ti danno i nuovi capelli moganoviola tendenti al corvino ci sta proprio come il cacio sui maccheroni. Poi ci stanno le occhiaie che chiudono il cerchio. Anzi no. Le foto che ti fanno quando a Milano piove e tu c’hai le occhiaie, quelle chiudono il cerchio. Perché la sindrome di Chandler non è un’opinione. Fosse mai che il giorno che a Milano piove ti viene fuori una foto decente. Poi succede che guardi fuori dalla finestra e d’un tratto a Milano non piove più. E allora fa niente se ormai con la benedizione di uno sciamano indiano hai cambiato il tuo nome in Tamì Katà Matà, che in vecchia lingua hopi significa “Colei che con i piedi ghiacciati inveisce dalle prime ore del giorno contro le mamme degli autisti milanesi”.

A Milano non piove più e tu già ti senti meglio.

D’altronde lo diceva anche quel corvaccio transessuale della malora che non può piovere per sempre. Neanche a Milano.

lunedì, 24 settembre 2007
author: Sciuscina @ 19:18
category: polposophy
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Si potrebbe dire subito la verità. Già, si potrebbe. Tutta la verità nient’altro che la verità lo giuro. E poi? E poi affrontarne le conseguenze. A testa alta. Io sono così, prendere o lasciare. Ma qua non siamo a un quiz televisivo e il lasciare fa paura assai. E allora che si fa? Non lo decidi neanche. La bugia esce e basta. Da sola. Ragazzina intraprendente. Anche un po’ arrogante. Già solo da questo dovresti capirlo che poi tanto tanto innocente non lo è mica. Eppure la lasci fare lo stesso. È così piccola, che male vuoi che faccia? È una storia già scritta. Per quanto ci provi Humbert non può resistere alla sua Lolita.

giovedì, 20 settembre 2007
author: Sciuscina @ 16:54
category: ridurrei in polpette
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L’esibizionista da spogliatoglio.

Per gli amici, Patatagirl.

Che io posso mica venire da una lezione di un’ora e passa di aerodance, bodydance, socadance e facevimeglioastarteneacasadance in cui mi sono scartavetrata le mani, distrutta i muscoli e annientata i polmoni con l’unico pensiero di riaprire il mio adorato armadietto e trastullare le mie stanche membra sotto una doccia rigenerante per poi trovarmi venti minuti buoni anzichenò con la tua patata in faccia!

Ma dove sono finite quelle ragazze tanto carucce, ma timide e vergognose del proprio corpo che hanno fatto la fortuna del cinema adolescenziale degli anni 80? Dove sono le varie Carrie (intendo la sfigata che finiva ricoperta dal sangue di vacca al ballo di fine anno e non la cosmopolita fashion addicted, vacca ella stessa, di Sex & The City), Andie, Sandy e Candy??? Quelle che si sentono male solo al pensiero di far vedere un centimetro di pelle di troppo pur avendo un corpo da favola. Che aspettano pazienti con lo sguardo basso da cane bastonato e l’asciugamanone ben legato sotto le ascelle che persino la donna delle pulizie finisca il suo turno pur di non esporre le proprie grazie alla portata di occhi indiscreti. Dove sono, cavolo?

Perché parliamone. Maniaci e ormonidotati di tutto il mondo, lungi da me distruggere le vostre fantasie perverse di quattordicenni impazziti, ma vi giuro che la realtà di uno spogliatoio femminile non corrisponde esattamente all’immaginario comune alimentato ben bene da Hollywood con i vari Porky’s, Scuola di Polizia e American Pie.

Non ci sono corpi sinuosi dai muscoli scattanti e seni floridi per i quali la forza di gravità tutto rappresenta fuorchè una legge. Non esistono capezzoli turgidi dorati dal sole e sederi che disegnano archi perfetti.

Cioè, oddio, a star lì a vedere bene probabilmente ci sono pure.

Ma devi riuscire a scovarli tra miliardi di buchi di cellulite e vene varicose. Tra coloriti spenti e pelle secca. Tra rotolini di ciccia e ricrescite pilifere generose. Tra una tetta cadente e un segno del calzino sul polpaccio.

Perché le bellezze da calendario non le trovi mica nella palestra sotto casa. Le trovi nella casa sulla palestra del personal trainer, al massimo.

Il resto è gente normale. E le ragazze normali sono piene di difetti, si sa. E ci sta.

E io sono felice. Ma anzi di più, sono felicissima che queste ragazze normali con i loro piccoli difetti normali riescano a condurre una vita tranquilla e spensierata all’insegna della pacifica convivenza.

Rimango impressionata da cotanta sicurezza riguardo il proprio aspetto fisico. Ammiro allibita questa noncuranza dell’opinione altrui. Questa espressione massima di cameratismo femminile. Questa ultima frontiera della complicità tra donne.

Però, diciamoci la verità, se avessi voluto gustarmi un grande spettacolo di pere, meloni e patate mi sarei fatta un giro dall’ortolano.

O tutt’al più avrei risintonizzato il canale delle repliche di Colpo Grosso.

Quindi per favore, carinissima e stimatissima ragazza acclimata ad un un'infanzia nel collegio femminile, giovine addestrata da un'adolescenza scandita da minimo tre allenamenti settimanali con la tua squadra di pallavolo, esperta nel vivere con serenità la tua sessualità e il rapporto quotidiano col tuo corpo, almeno mentre racconti le angherie che quella perfida e stracciacazzi della tua collega ti ha fatto passare anche oggi, le vogliamo mettere ste mutande?

mercoledì, 19 settembre 2007
author: Sciuscina @ 17:19
category: io polpywriter
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Ho un nuovo art. E tra pochi giorni avrò anche una nuova postazione.

Imboscata. Assolutamente imboscata.

Potrò finalmente riprendere a migliorare il mio punteggio a PuzzleBubble.

 

La luce alla fine del tunnel.

martedì, 18 settembre 2007
author: Sciuscina @ 23:29
category: polposophy, io polpywriter
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Se possedessi almeno la metà della capacità lessicale e sintattica di Paolo Bonolis sarei probabilmente una copy realizzata.

martedì, 18 settembre 2007
author: Sciuscina @ 12:48
category: polpa a pezzi, ipse polpix
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Le cose non vanno mai come credi.

Ad esempio credevo di non vedere l’ora di abbandonare per sempre il nido materno. Però credevo anche che un viaggio avventato con un giovane greco non potesse farmi poi così male.

Un tempo credevo di volere una vita sessuale attiva e movimentata. E poi credevo che nessun uomo al mondo avrebbe mai avuto il potere di farmi sentire piccola.

Credevo con convinzione che per almeno dieci anni il mio lavoro non mi avrebbe stufata. E ancora credevo che la storia dell’anima gemella non fosse necessariamente una questione di genere. 

Credevo che la voglia di piangere non mi avrebbe mai colpita la mattina appena sveglia. Ma soprattutto credevo che mai in vita mia avrei iniziato un post con la frase di una canzone di Giorgia.

Le cose non vanno. Punto.

 

"Cerco solo che il giorno non mi faccia troppo male finché non mi imbacucco nel letto accanto a te."

(Homer in "I Simpson - Il film")

lunedì, 17 settembre 2007
author: Sciuscina @ 12:30
category: polp fiction
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Mi dissero che il terapista del bambino era un fantasma.

Mi dissero che il grande capo della banda era lo sciancato.

Mi dissero che gli altri erano i protagonisti.

Mi dissero che il preside della scuola di magia moriva.

Mi dissero che il ragazzo era una donna.

Mi dissero che il motore dell’aereo non colpiva a vuoto.

Mi dissero le battute più belle di tutto il film.

Ora tocca a me. Odiatemi.

martedì, 11 settembre 2007
author: Sciuscina @ 23:44
category: polposophy, polpic relations
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I’m not a bad person. I just make bad choices.
martedì, 04 settembre 2007
author: Sciuscina @ 15:26
category: di tutto un polp
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I sublimi segreti del pancake perfetto.

Prendi un pigro pomeriggio d’agosto, quando la città è deserta, fuori diluvia e tu neanche dopo 48h dal ritorno dal mare hai già perso il tuo colorito dorato in favore di un indefinito beigiolino sporco.

Aggiungi un’amica in piena crisi d’astinenza da junk food estivo che quando si tratta di boiate ti asseconda sempre.

Unisci una sosta all’Esselunga più vicino e una vera e propria epifania davanti allo scaffale dei preparati per dolci americani.

Trasferisci il tutto nella sacra cucina materna, quella che per 350 giorni l’anno non si può toccare, ma in quelle due settimane di libertà non ce n’è per nessuno.

Condisci con prosciutto, galbanino, pesto, pancetta, cioccolato, marmellata e qualunque altra schifezza ti urli ispirazione fin dal fondo del frigorifero strapieno.

Destrezza nel rivoltare ogni singolo pancake in aria: quanto basta.

 

 Clerici comincia a tremare...

martedì, 04 settembre 2007
author: Sciuscina @ 11:14
category: polposophy, tutta polpa del cuore
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Più cerchi di districarti, più ti ingarbugli nei tuoi stessi fili.

Dura la vita del burattino.